Area 3: “Tutti a cantare durante la pandemia: ma non chiamatela arte!”

Alan Bedin, con il suo gruppo “Sinergia”, vinse nel 2000 Sanremo Rock & Trend e Jumpy come migliore band. Oggi che seguita a cantare a livello nazionale tra musica etnica e cantautorato, accusa la società di “relativismo artistico”, definendo il tempo sociale della pandemia, come “un’occasione sprecata per eccesso di performance d’ogni genere e gusto”.
«Oggi la musica te la servono dovunque – afferma Bedin- che tu sia in un supermercato, come in un concerto. La musica è diventata un prodotto come tanti altri, con i ritmi stretti del commercio».
Nella sua casa-studio sui Berici, Bedin ha vissuto il periodo di chiusura impiegando il suo tempo nello studio della fisiologia vocale, della musica indiana e contemporanea, imparando a suonare il suo cordofono Sur Saj Tarang: «Si è trattato di un periodo intenso e non performante, che per un musicista e insegnante come me, significa approfondimento, studio e ricerca. Tutte cose che servono a fare ordine dentro, per ricercare quello smalto di qualità artistica che invece è stato completamente tolto con la pandemia».

L’artista si fa più critico poi, quando gli si rammentano i cori e i concerti da balcone dei primi mesi di chiusura: «C’è un tempo in cui l’arte deve
fare, e uno in cui può anche tacere. Gli artisti non devono essere performanti a ogni costo, come invece si è visto in molti casi: dai nomi più noti a quelli che si mettevano a cantare dai balconi di casa. C’è stata poi l’invenzione dello “streaming” che è una negazione in termini dell’essenza stessa dell’arte, che invece pretende una presenza fisica per trasformarsi in linguaggio emozionale. Se lo fai, devi sempre chiederti perché lo fai?!
Oggi è più facile cadere nella tentazione dell’omologazione piuttosto che ritagliarti uno spazio dove far crescere la tua arte, che per un musicista è disciplina prossemica, con un concentrato di tonalità, timbr0, testo, che insieme offrono la forza plastica che si può raggiungere solo con un’esecuzione “live”. Io amo ripetere, e la chiusura pandemica me l’ha confermato, che non si canta come, ma si canta perché!
La pandemia è stato un “blocco” sanitario, come pure un “fermo” morale, che ha mostrato i tanti nervi scoperti di questa nostra società che consuma se stessa e la sua arte. Se non capiamo questo, difficilmente la pandemia migliorerà noi e il nostro futuro sociale e artistico».

Università degli Studi di Bologna. Per il corso di alta formazione in Vocologia Artistica è stato esposto il metodo di canto di Alan Bedin.

“LA NASCITA DEL METODO DI CANTO DI ALAN BEDIN E LE POSSIBILI IMPLICAZIONI NELLA TERAPIA LOGOPEDICA”

LA NASCITA DEL METODO DI CANTO DI ALAN BEDIN E LE POSSIBILI IMPLICAZIONI NELLA TERAPIA LOGOPEDICA” è stato il titolo della tesi di fine corso presentata da Lucrezia Marsiglia, logopedista e cantante per il suo anno accademico 2017/2018 (Direttore: Prof. Angelo Pompilio, Referente scientifico: Dott. Franco Fussi)

[Lucrezia Marsiglia]  Questo elaborato fa parte di un percorso di logopedista che non può far tacere la cantante che è in lei, e di una cantante che si fa molte domande su come funziona la propria voce. Le lezioni di canto con Alan Bedin hanno saputo soddisfare entrambe le componenti: proponendomi il suo metodo egli sapeva darmi indicazioni precise e tecniche in termine di reclutamento delle mie strutture, inserendole tuttavia in una cornice di ricerca della naturalezza e dell’espressività che rappresentano poi il vero obiettivo del canto. Ho compreso che il motivo di questa duplice valenza, riscontrata in questo suo metodo didattico, fosse da ricercarsi negli studi e nelle sperimentazioni da lui compiuti sul canto armonico inizialmente e sul canto indiano poi. Ho dunque cominciato ad informarmi riguardo a questi due sistemi di canto ed ho con piacere scoperto che il percorso che avevo intrapreso, nel mio piccolo, così come il lavoro creativo di Alan Bedin, si inserivano in un fermento culturale che sta prendendo piede nel mio stesso territorio riguardo allo studio della musica e del canto indiano.

(…)Affascinata da questo mondo, incuriosita dal modo in cui Alan Bedin aveva creato questo organico di esercizi, e desiderosa di sviscerarli, sperimentarli e magari trovarne un’utilità a livello riabilitativo, ho dunque cominciato questa ricerca.

Il Metodo di Alan Bedin consiste in una rielaborazione personale dei principi e delle tecniche del canto armonico e del canto indiano, da lui studiati e sperimentati durante gli ultimi 15 anni. Tale rielaborazione ha portato alla creazione di un insieme di esercizi dedicati ai “vocisti” (con questo termine egli designa ogni professionista della voce) funzionali ad un’emissione vocale in sicurezza (che prevenga da atteggiamenti disfunzionali) e che possa facilmente soddisfare ogni esigenza interpretativa. Egli afferma infatti di aver approfondito lo studio di queste “musiche vocali” con la finalità di sintetizzare una didattica del canto più completa e di facilitare l’apprendimento del canto. E’ infatti persuaso che seguendo certi principi del canto indiano, si possa rendere più semplice l’emissione di una voce di buona qualità perché la musica indiana segue ciò che è naturale, e non si interessa dello splendore innato della voce del cantante o del seguire gusti o stili, bensì si concentra sull’intensità espressiva e sul collegamento con la profondità dell’essere. L’autore afferma dunque come in tale approfondimento delle musiche vocali orientali, egli abbia compreso fino in fondo il valore benefico del canto per l’uomo, nonché il suo essere uno strumento di ricerca spirituale. Gli esercizi proposti da Alan Bedin si pongono come primo obiettivo il potenziamento della propriocezione corporea, respiratoria e di produzione del suono. Per questo motivo si è pensato che, analizzandone con linguaggio scientifico il funzionamento e verificandone le potenzialità, essi possano entrare a far parte anche della pratica riabilitativa logopedica del professionista vocale. Il lavoro propriocettivo risulta essere infatti un punto di partenza nel trattamento di un paziente che usi la voce in modo disfunzionale o che abbia perso la funzione corretta per problematiche organiche: in primo luogo avviene il riconoscimento delle strutture che posso utilizzare e del modo più adeguato per utilizzarle e solo in un secondo momento si può generalizzare tale consapevolezza in comportamenti adeguati ed automatici. Analizzando e sperimentando i vari esercizi, i più utili in questo senso sono sembrati la Respirazione Tripartita e il Gaman.